MALASANITA' ECCO LA BEFFA. I DANNI SONO ALL'ONOR DI CRONACA

Chiara Rai

La sanità è ancora al centro del mirino. Donne in barella legate con lenzuola e casi di malasanità sono all'ordine del giorno. Ormai sembra quasi che i casi umani, vittime di un sistema sanitario profondamente corrotto, non siano più casi umani ma appaiano come appendici di un mercato speculativo inarrestabile. Ma occorre fermarsi un attimo e provare a capire cosa c’è dietro una frase che rischia di diventare banale e demagogica come “sistema sanitario corrotto”. Sul come si arrivi a parlare del business delle case farmaceutiche partendo dall’attuale situazione sanitaria nazionale e, nel nostro caso laziale, è pari a mettere assieme pezzi di un puzzle di migliaia di metri quadri. La cosa sconcertante è che quei pezzi di puzzle che alimentano spese e introiti siamo proprio noi cittadini. Iniziamo col dire che la spesa farmaceutica è una componente importante della spesa sanitaria: nel 2010 il mercato farmaceutico è stato pari a oltre 26 miliardi di euro, di cui il 75 per cento rimborsato dal Servizio Sanitario Nazionale ed erogato prevalentemente attraverso le farmacie pubbliche e private (classe A-SSN) (circa il 50 per cento). I farmaci del sistema cardiovascolare, con oltre 5 miliardi di euro, sono in assoluto i farmaci più utilizzati, con una copertura di spesa da parte del SSN di oltre il 93 per cento. La spesa relativa ai farmaci erogati attraverso le strutture pubbliche (ospedali, Asl, Irccs, ecc.), pari a 7 miliardi di euro, rappresenta oltre un quarto della spesa complessiva per farmaci in Italia nel 2010. Nel 2010 l'ammontare complessivo del ticket (derivante sia dalla quota di compartecipazione pagata dal cittadino sui farmaci equivalenti sia dal ticket fisso per ricetta) è stato pari a 998 milioni di euro (+15,7 per cento rispetto al 2009). Nel 2010, seppur con alcune variazioni in termini di esenzioni e/o di quota fissa, il ticket per ricetta è stato riconfermato anche per il Lazio.

Cosa accade nel Lazio?

Nei primi nove mesi del 2010, la spesa farmaceutica del territorio Lazio lorda si è attestata ad oltre 1 miliardo di euro in leggero aumento rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente (+1,3%), in crescita anche gli altri indicatori di prescrizione: ricette +4,4%, ticket +8,4%, spesa a carico SSN +2%. La spesa lorda pro capite regionale è stata pari a 183 euro con un valore massimo di 204 euro nella ASL Roma A e minimo di 168 euro nella ASL Roma G. Se si considera la popolazione pesata, la ASL che presenta la spesa più elevata è Latina (191 euro) mentre quella con valori più contenuti è Rieti (173 euro). Rispetto al valore medio nella regione, la ASL di Latina fa rilevare la variazione di spesa più elevata (poco più del 4%), mentre nelle province le variazioni negative più rilevanti sono rappresentate dai valori di Rieti, Viterbo e Roma D.

Il consumo del cittadino del Lazio

I farmaci cardiovascolari e gastrointestinali assorbono da soli oltre il 60% del totale delle prescrizioni, entrambe le categorie presentano un aumento in confronto al 2009 (rispettivamente +3,5% e +8,2%). Dunque a tutta birra per le case farmaceutiche che spendono anche milioni di euro in campagne pubblicitarie a tappeto per farmaci che calmano il nervoso dell’intestino, per farmaci a base naturale che allietano le nostre agitate notti, per farmaci che mettono il vestitino nuovo alle vene varicose. E se è vero che l’utilizzo dei farmaci equivalenti è in aumento ( nei primi nove mesi del 2010 la spesa lorda è aumentata del 17% rispetto allo stesso periodo del 2009 di 58,3 euro pro capite pari al 32% della spesa totale con un’ampia variabilità fra le ASL: un minimo di 53,9 euro pro capite della ASL Roma E a un massimo di 61,4 euro nelle ASL di Frosinone e Latina), è altrettanto vero e sacrosanto che purtroppo stiamo diventando tutti vittime della corsa al medicinale anche quando godiamo di ottima salute. Siamo cioè vittime del “disease mongering” che non è altro che la prassi di marketing che negli ultimi anni ha consentito alle case farmaceutiche di crescere in utili e nuovi brand. Come spiega Gianfranco Domenighetti, docente di Comunicazione ed economia sanitaria presso l’’Università della Svizzera italiana, “l’’importante non è riuscire a vendere più medicine ai soliti malati, ma sensibilizzare la gente a nuovi consumi nel nome di una presunta attenzione alla salute”. E ancora Silvio Garattini, direttore dell’’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano aggiunge: “Questa idea di curare i sani è solo l’’ultimo atto di una strategia che inizialmente è partita allargando artificialmente la platea dei malati. Non è un caso che i valori-soglia considerati un tempo normali per la glicemia, il colesterolo o la pressione arteriosa siano stati progressivamente abbassati: per ognuno di questi aggiustamenti, è cresciuto a dismisura il numero di persone cui prescrivere medicinali”.

Allora, con queste premesse (cresce il ricorso a farmaci e crescono i "malati non malati”” e intanto la sanità e i servizi al malato si affossano), come possono ingrassarsi e mangiarsi tutto il piatto le case farmaceutiche? Per tutto il piatto intendo dire che ai dipendenti e ai ricercatori non restano neppure le briciole. Come? E’ qui entra in ballo il mordi e fuggi dei gruppi esteri che prendono finanziamenti e poi scappano dall’’Italia. Invitalia, l’’agenzia per l’’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’’impresa che agisce per conto del governo e fa capo al ministero dello Sviluppo economico ha reso noto che dal 2006 al 2011 le imprese estere (o italiane, ma controllate da investitori esteri) hanno preso incentivi per 111,3 milioni di euro, con punte di 35,3 milioni nel 2009 e 30,9 milioni nel 2010, mentre nel 2011 i finanziamenti sono scesi a 12,3 milioni di euro.

Questi sono soltanto i fondi erogati dallo Stato centrale, ai quali vanno poi aggiunte le risorse dell'Unione europea e i finanziamenti delle singole regioni o province autonome. Il Monitoraggio economia e territorio (Met), basandosi su dati del ministero dello Sviluppo, del Miur (Ministero dell'istruzione università e ricerca) e delle Regioni fa sapere che al 2010 sono stati sborsati ancora 2,7 miliardi di euro (fondi statali, regionali e di Province autonome).

Ciò significa che in media un’’azienda su quattro in Italia, dunque non solo le multinazionali, si prende soldi a fondo perduto che spesso non servono a finanziare la ricerca o azioni di riqualificazione della produzione, ma vengono sprecati in operazioni di bassa produttività e alto profitto. E oggi è a onor di cronaca il caso Sigma Tau di Pomezia, vicino Roma. Il meccanismo è proprio questo si sono presi i soldi per poi fuggire o delocalizzare. Per gli ispettori della tasse l'azienda farmaceutica avrebbe spostato i profitti nelle casse di una consociata nel paradiso fiscale di Madeira. E intanto 570 lavoratori sono a rischio licenziamento. La procedura sospetta si chiama “Transfer pricing” e consiste in un trasferimento illecito di valore da una società del gruppo a una consorella estera che pagherà le tasse “agevolate” al posto della prima. Gli ispettori hanno quantificato in 11,55 milioni di euro i minori ricavi che la Sigma Tau ha contabilizzato in Italia evadendoli al fisco. Il ministro Passera e il suo passato da banchiere c’entra e come in tutta questa storia. Fu Banca Intesa, infatti a finanziare, con 300 milioni di euro, l’’acquisto delle attività statunitensi legate alle malattie rare della Enzon, acquisto che ai lavoratori è parso proprio l’’avvio di uno spostamento all’’estero, negato dall’’azienda. Banca Intesa possiede il 5 per cento di Sigma Tau Finanziaria Spa. E non è tutto, il paradiso fiscale di Madeira lo stesso da cui (ne hanno scritto Mario Gerevini sul Corriere della Sera e Vittorio Malagutti sul Fatto Quotidiano e ne ha parlato Presa Diretta) la famiglia Passera ha fatto rientrare una consistente liquidità, superiore a 10 milioni. Andiamolo a spiegare ai dipendenti in cassa integrazione o ai ricercatori che hanno ricercato e scoperto e adesso si trovano con un pugno di mosche in mano.