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Editoriali

Il ricatto morale, scudo di immigrati

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A monte della scomposta bagarre in corso, la rissosa ed aspra polemica, supera a volte ogni decenza, come nel caso delle frasi “ipocrite” proclamate da qualche capo di stato e altre frasi volgari pronunciate da dirigenti del partito di sua appartenenza. Travolto da un grande dibattito, in gran parte ideologizzato, il caso Aquarius ha il merito di avere scoperchiato impegni disattesi, diritti contestati e assurde invasioni di campo da stroncare. Gli attori sul proscenio sono l’Europa, il governo italiano e le organizzazioni non governative. Come è stato detto da qualche parte, Salvini ha gettato un masso nel mediterraneo e rischia di scompaginare i progetti politici e commerciali di chi giudica “Roma, cinica e irresponsabile”. Il vaso di coccio tra questi tre vasi di ferro, ahinoi, questa volta lo fa l’immigrazione non governata.

Le Ong si fanno scudo del profugo

In una delle tante trasmissioni trash di questi giorni, si è aggiunta al coro dei “chi la spara più grossa”, la portavoce AOI, Silvia Stilli che intervenendo sul blocco dei porti alle navi delle Ong, la signora Stilli, non si sa a quale titolo, si è dichiarata disponibile ad incontrare il ministro Salvini per discutere il problema immigrazione. Qualcuno ha mormorato: Silvia Stilli chi? Le Ong sono un corpo estraneo al governo del paese e qualcuno bisogna che si dia una calmata. Il Registro delle associazioni e degli Enti che svolgono attività (le più svariate) a favore degli immigrati superano di gran lunga il numero 750. Più che ovvio che tutti, proprio tutti sarebbero disponibili a partecipare e discutere dei problemi dell’immigrazione. Sull’organo ufficiale della AOI, la Stilli non si sdegna di fare scudo di storie pietose, un logorato dejà-vue, per difendere il suo punto di vista personale.

Scrive fra tante imprecisioni la Stilli:

“623 disperati, anche bambini, raccolti nel Mediterraneo dalla nave Aquarius, sono bloccati davanti alle nostre coste: in fuga da morte e sofferenze, guerre, povertà e fame, scampati a lunghi viaggi nel deserto, sfuggiti talvolta alle torture nei centri di detenzione in Libia, con i segni nel corpo e nell’anima delle violenze degli scafisti.” Chiude la batteria pirotecnica con: “A loro il nuovo Ministro dell’Interno Matteo Salvini sta negando la speranza di vivere”. Il suddetto pezzo ricorda tanto la monotona tiritera dei questuanti rom presenti all’uscita delle chiese: mamma morta, tre fratellini da sfamare, nonno in ospedale, bambina piccola molto malata….” In un suo articolo apparso su La Nuova Bussola del 12 giugno, Andrea Zambrano pone una domanda molto pertinente: che ci fanno i giornalisti a bordo della nave della Ong Aquarius? Altri chiedono: chi li ha chiamati? Per quale scopo umanitario-pubblicitario? Un fatto, se per null’altro, rimane molto curioso e fa pensare che l’operazione sia stata preparata preventivamente. Cosa doveva fotografare la stampa-umanista? Senza meno i volti sofferenti delle donne, gli sguardi stanchi dei bambini, qualche anziano? Doveva fare colpo la “pietas” e lo “xenofobo” governo italiano appena insediato, ne doveva uscire fuori con le ossa rotte.

L’Europa e lo scudo umanitario

Il macigno che Salvini ha gettato nello stagno mediterraneo ha causato uno tsunami. Le sue onde anomale già lambiscono gran parte del vecchio continente e qualcuno dovrebbe evitare che si propaghino ulteriormente. L’Europa dovrebbe uscire fuori dalle sue incongruenze. Sta vietando i respingimenti e nello stesso tempo sta chiudendosi a riccio dentro i suoi confini, puntando il dito indice verso chi si azzardi a ribellarsi contro siffatta ingiustizia. Anche il divieto dei respingimenti può, in qualche modo, essere considerato un ricatto, uno scudo anomalo. Il 10 luglio 2014, la Adnkronos/Aki, riportava: Il movimento islamico Hamas invita i palestinesi della Striscia di Gaza a fare da scudi umani contro i raid aerei israeliani. “Chiediamo che venga seguita questa pratica”. Una tattica come un’altra per cautelarsi contro un pericolo. Qualcuno nel paese della “belle époque” la definirebbe “vomitevole” L’Europa non dovrebbe rincorrere Hamas.

Salvini chiama e l’Europa s’e’ desta

Mentre le Ong si proteggono e si difendono prendendo in consegna dalle mani degli scafisti, immigrati clandestini decisi ad affrontare la traversata, embedded fotografi e giornalisti fanno circolare la notizia; Mentre fino a ieri la sinistra accucciata nel suo vassallaggio verso Bruxelles, con gran pace dell’establishment, l’Europa si sentiva forte e con la coscienza a posto, elargendo al Belpaese l’obolo della vedova, intimando porti aperti e divieto assoluto ai respingimenti, qualcosa di strano è successo. Il principe ha baciato la bella assonnata e l’Europa si è svegliata. Oramai il dado è tratto e l’incanto si è rotto! Non c’è migliore finale a questa storia che seguire il noto principio: “Fai ciò che devi, accada quel che può”

Emanuel Galea

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Editoriali

Corsi di recupero per i debiti formativi: dettagli ed efficacia

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Ogni scrutinio di classe è diverso e proprio per questo possono essere decretate promozioni, bocciature o sospensioni di giudizio, nonché i cosiddetti debiti formativi.

In questo articolo non si vuole tanto commentare la decisione di dare 1 o 2 o 3 debiti formativi in una o più discipline, quanto l’efficienza dei corsi formativi che dovrebbero aiutare lo studente, in sospensione di giudizio, a ripassare la materia/e per poi dare l’esame “riparativo” da fine agosto a inizio settembre.

La regola ministeriale sancisce che chi “salda” il debito/i passa all’anno scolastico successivo e chi non lo supera dovrà ripetere l’anno.

Quello che spesso ci si domanda, tra docenti, è quanto l’alunno riesca a comprendere dal corso formativo e quanto sia utile lo studio individuale.

Sicuramente, il corso formativo aiuta l’alunno a ristudiare i punti di fragilità della disciplina in cui ha il debito, ma un buono studio individuale può rendere maggiormente efficace il recupero.

In questo caso, sarebbe necessario avere un’insegnante esterno che possa aiutare lo studente a focalizzarsi sui punti chiave svolti a lezione.

Essenzialmente, per questi motivi sarebbe idoneo:

  • 1. Focalizzare per memorizzare, ma anche per comprendere;
  • 2. Produrre uno schema riassuntivo sugli argomenti che appaiono più fragili da apprendere;
  • 3. Leggere gli schemi e i riassunti ad alta voce;
  • 4. Non darsi un tempo nello studio poiché ogni persona ha i suoi di tempi;
  • 5. Ripetere i concetti chiave più e più volte;
  • 6. Passare ad argomenti successivi;
  • 7. Produrre testi o comprensioni scritte per esercitarsi;
  • 8. Nella fase finale ripassare tutto a scaglioni.

Pertanto, costruirsi uno schema mentale è molto utile sia per l’alunno che per l’insegnante che, caso mai segue, individualmente il ragazzo/a.

Ecco, secondo questa progettualità di recupero, lo studente con debito/i potrebbe arrivare a risultati efficaci e fare “bella figura” davanti alla commissione di recupero. Tuttavia, la proposta vincente è si ai corsi formativi, ma anche un grande si allo studio individuale oppure accompagnato da un docente in rapporto 1/1.

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La linguistica italiana: qual’è l’elemento che si oppone al suo cospetto?

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La lingua italiana nel corso dei secoli ci ha lasciato poemi, trattati, racconti e storie che al giorno d’oggi necessitano di essere interpretati da esperti ( o non ) per poterli conoscere nella loro anima. Pensiamo alla Divina Commedia di Dante Alighieri nella versione volgare dell’italiano … ecco in questo caso per interpretarla dobbiamo “tradurla nell’italiano che si parla oggi”.

Gli studiosi, i docenti possono tradurla, ma chi non è erudito o non possiede le strumentazioni adatte (vocabolari, la conoscenza della storia della lingua italiana etc …) fa sicuramente più fatica a comprenderne il significato.
Tutto quello che la lingua italiana ci ha lasciato necessita di essere analizzato poiché come primo requisito per una giusta comprensione del poema è sapere quando è stato scritto? dove è stato scritto (in quale paese)? che influenze ha subito da parte di altre lingue? quale storia c’è dietro a quel racconto?

Parlare di interpretazione linguistica è banale, si necessità di una vera e propria traduzione, ad esempio dall’italiano volgare del 1200 a quello del 1800.
Ogni epoca ha delle caratteristiche linguistiche in termini diacronici che nessuno può modificare.

Come reca il titolo dell’articolo esiste un elemento che si oppone alla pura lingua italiana (così come la conosciamo oggi): il dialetto.

In molti paesi della nostra penisola il dialetto è conservato e tutt’ora oggi si mantiene vivo. Questo accade sia al nord, al centro che al sud Italia.

L’utilizzo del dialetto, considerato una lingua a tutti gli effetti, è molto in voga in Italia poiché molte persone vogliono mantenere le proprie origini e, non solo, anche la propria unicità/identità. Per tali motivi, assolutamente non banali, la lingua italiana si confronta anche con i vari dialetti.

La dialettofonia rappresenta il suono delle parole di un determinato registro linguistico tipico di una parte della nostra Italia. A volte il solo aspetto fonetico delle parole dialettali ci permette di riconoscere, ad esempio, da quale regione arriva quella tal persona.
Il dialetto “ricalca”, in senso figurato, uno stemma che ciascuno di noi porta nel suo DNA e che non può cancellare. Tuttavia, se una persona non parla il suo dialetto non vuol dire che non gli piaccia o che non sa esprimersi, ma semplicemente possono esserci delle abitudini pregresse che non gli consentono di utilizzare il dialetto.

Solitamente questo è il caso dei giovani d’oggi che preferiscono gli slang ai codici linguistici del proprio dialetto. Una caratteristica sicuramente positiva è mantenere vive le forme dialettali a favore di un loro utilizzo altrettanto diffuso.

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Un anno senza Silvio Berlusconi

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Era il maggio del 2016, mancavano pochi giorni alla sfida tra Beppe Sala e Stefano Parisi candidati sindaco di Milano.
Io ero un “semplice” candidato nel municipio 8 ove ero residente.
Una serata elettorale come tante io, ovviamente, giacca e cravatta come “protocollo detta”.
Si avvicina un amico e mi fa: vuoi venire a salutare il presidente?
Io tentenno – non lo nascondo, mi vergognavo un po’ – lo seguo entro in una stanza.
Presenti lui, il presidente, Maria Stella Gelmini, il mio amico ed un altro paio di persone.
Presidente lui è Massimiliano Baglioni è uno dei candidati del nostro schieramento, dice il mio amico.
Il presidente mi stringe la mano mi saluta e con un sorriso smagliante mi chiede:
Cosa pensa di me?
Ed io, mai avuti peli sulla lingua, rispondo:
Presidente non mi è particolarmente simpatico, lo ammetto, ma apprezzo in Lei quella Follia che ci unisce in Erasmo da Rotterdam.
Sorride si gira verso la Gelmini e dice:
Mary segna il numero di questo ragazzo, mi piace perché dice ciò che pensa.
Si toglie lo stemma di Forza Italia che aveva sulla giacca e lo appende sulla mia.
Non lo nascondo: sono diventato rosso.

Oggi, ad un anno dalla morte di Silvio Berlusconi riapro il cassetto della mia memoria per ricordare questo italiano che ha fatto della Follia un impero economico, una fede calcistica, una galassia di telecomunicazioni.
Conservo con cura quella spilla simbolo di  un sogno, simbolo di libertà.
Grazie ancora, presidente, ma si ricordi: non mi è, ancora oggi, simpatico.

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