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Editoriali

Berlusconi torna all'attacco

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Tempo di lettura 2 minuti In una telefonata a Rotondi dichiara che "accetteremo solo le riforme che ci piaciono"

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di Silvio Rossi

 

È tornato a essere il comandante barricadero. Con l’obiettivo di ricompattare il partito, dopo lo strappo di Fitto, le proteste di Brunetta, i mugugni che molti parlamentari e quadri del partito, contrari dai primi tempi al patto del Nazareno, dopo l’elezione di Mattarella, vissuta come uno sgarbo effettuato da Matteo Renzi nei propri confronti, Silvio Berlusconi ha assunto nuovamente il comando della nave, e ha iniziato a protestare veemente contro le iniziative governative.

La scelta del Presidente della Repubblica digerita male, la necessità di farsi nuovamente sentire, per evitare di restare bloccato dalla morsa del patto, quasi come nelle sabbie mobili, la ritrovata libertà, dopo la riduzione della pena dei servizi sociali annunciata, che vedrà di nuovo Berlusconi libero tra un mese esatto, l’hanno convinto a rompere gli indugi e partire all’attacco.

«Sosterremo le riforme che riterremo positive, ma non accetteremo più ciò che avevamo accettato per amore di un risultato positivo…». Questo il punto principale del Berlusconi-pensiero. Non una cesura definitiva al dialogo, cosa che rischierebbe di relegarlo in un cantone troppo lontano dalle stanze dei bottoni. Non se lo può permettere l’ex cavaliere, di attendere che arrivi il 2018, data prevista per le nuove elezioni, se non si verifica una crisi nell’esecutivo. Non potrà nuovamente competere all’età di 82 anni se non fa sentire la sua voce, e non è solo la presenza al tavolo degli accordi che può mantenere viva la speranza di incidere nel panorama politico.

Le parole di Berlusconi sono giunte con una telefonata al primo incontro del “governo ombra”, organizzato dall’ex ministro Gianfranco Rotondi, presso il Centro Congressi Hotel Parco Tirreno a Roma. Nell’intervento si lamenta della “deriva autoritaria” conseguente all’azione del primo ministro. In questa definizione lo strappo è più evidente. Fino a pochi giorni fa il Premier era apprezzato dal suo avversario proprio per il decisionismo che ne ricordava i suoi primi passi in politica. Oggi quindi l’attivismo altrui diventa un pericolo di deriva autoritaria?

L’iniziativa berlusconiana, se da una parte non sembra riuscire a riconquistare Fitto, che ha annunciato per il 21 febbraio un’iniziativa dove esporrà le proprie proposte per il rilancio di Forza Italia e del paese (dicendo: non siamo rottamatori, ma ricostruttori, perché “nel centrodestra italiano quasi tutto è già sfasciato”, ha avuto l’effetto collaterale di scontentare colui che, per conto suo, è stato il regista del Patto, Denis Verdini, che ha commentato: «Osservo nani e ballerini far festa per la fine del Patto».

La posizione dell’ex premier sta diventando sempre più precaria. Lo schieramento che pochi anni fa era compatto sotto la sua leadership è sempre più frammentato. A oggi non è lontanamente possibile immaginare una qualsiasi forma di collaborazione tra la Lega e il Nuovo Centro Destra. Corrado Passera sta cercando di conquistare una fetta di elettorato scontento per quanto sta succedendo nello schieramento moderato. Forza Italia è attualmente spaccata, non lasciando facilmente comprendere, nel caso si ponesse la necessità di una scelta, con chi allearsi. Forse, la scelta odierna di dissotterrare (solo in parte però) l’ascia di guerra, può far credere che le azioni di Salvini e della Meloni, a casa Arcore, siano più convincenti rispetto a quelle di Alfano.

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Corsi di recupero per i debiti formativi: dettagli ed efficacia

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Ogni scrutinio di classe è diverso e proprio per questo possono essere decretate promozioni, bocciature o sospensioni di giudizio, nonché i cosiddetti debiti formativi.

In questo articolo non si vuole tanto commentare la decisione di dare 1 o 2 o 3 debiti formativi in una o più discipline, quanto l’efficienza dei corsi formativi che dovrebbero aiutare lo studente, in sospensione di giudizio, a ripassare la materia/e per poi dare l’esame “riparativo” da fine agosto a inizio settembre.

La regola ministeriale sancisce che chi “salda” il debito/i passa all’anno scolastico successivo e chi non lo supera dovrà ripetere l’anno.

Quello che spesso ci si domanda, tra docenti, è quanto l’alunno riesca a comprendere dal corso formativo e quanto sia utile lo studio individuale.

Sicuramente, il corso formativo aiuta l’alunno a ristudiare i punti di fragilità della disciplina in cui ha il debito, ma un buono studio individuale può rendere maggiormente efficace il recupero.

In questo caso, sarebbe necessario avere un’insegnante esterno che possa aiutare lo studente a focalizzarsi sui punti chiave svolti a lezione.

Essenzialmente, per questi motivi sarebbe idoneo:

  • 1. Focalizzare per memorizzare, ma anche per comprendere;
  • 2. Produrre uno schema riassuntivo sugli argomenti che appaiono più fragili da apprendere;
  • 3. Leggere gli schemi e i riassunti ad alta voce;
  • 4. Non darsi un tempo nello studio poiché ogni persona ha i suoi di tempi;
  • 5. Ripetere i concetti chiave più e più volte;
  • 6. Passare ad argomenti successivi;
  • 7. Produrre testi o comprensioni scritte per esercitarsi;
  • 8. Nella fase finale ripassare tutto a scaglioni.

Pertanto, costruirsi uno schema mentale è molto utile sia per l’alunno che per l’insegnante che, caso mai segue, individualmente il ragazzo/a.

Ecco, secondo questa progettualità di recupero, lo studente con debito/i potrebbe arrivare a risultati efficaci e fare “bella figura” davanti alla commissione di recupero. Tuttavia, la proposta vincente è si ai corsi formativi, ma anche un grande si allo studio individuale oppure accompagnato da un docente in rapporto 1/1.

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La linguistica italiana: qual’è l’elemento che si oppone al suo cospetto?

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La lingua italiana nel corso dei secoli ci ha lasciato poemi, trattati, racconti e storie che al giorno d’oggi necessitano di essere interpretati da esperti ( o non ) per poterli conoscere nella loro anima. Pensiamo alla Divina Commedia di Dante Alighieri nella versione volgare dell’italiano … ecco in questo caso per interpretarla dobbiamo “tradurla nell’italiano che si parla oggi”.

Gli studiosi, i docenti possono tradurla, ma chi non è erudito o non possiede le strumentazioni adatte (vocabolari, la conoscenza della storia della lingua italiana etc …) fa sicuramente più fatica a comprenderne il significato.
Tutto quello che la lingua italiana ci ha lasciato necessita di essere analizzato poiché come primo requisito per una giusta comprensione del poema è sapere quando è stato scritto? dove è stato scritto (in quale paese)? che influenze ha subito da parte di altre lingue? quale storia c’è dietro a quel racconto?

Parlare di interpretazione linguistica è banale, si necessità di una vera e propria traduzione, ad esempio dall’italiano volgare del 1200 a quello del 1800.
Ogni epoca ha delle caratteristiche linguistiche in termini diacronici che nessuno può modificare.

Come reca il titolo dell’articolo esiste un elemento che si oppone alla pura lingua italiana (così come la conosciamo oggi): il dialetto.

In molti paesi della nostra penisola il dialetto è conservato e tutt’ora oggi si mantiene vivo. Questo accade sia al nord, al centro che al sud Italia.

L’utilizzo del dialetto, considerato una lingua a tutti gli effetti, è molto in voga in Italia poiché molte persone vogliono mantenere le proprie origini e, non solo, anche la propria unicità/identità. Per tali motivi, assolutamente non banali, la lingua italiana si confronta anche con i vari dialetti.

La dialettofonia rappresenta il suono delle parole di un determinato registro linguistico tipico di una parte della nostra Italia. A volte il solo aspetto fonetico delle parole dialettali ci permette di riconoscere, ad esempio, da quale regione arriva quella tal persona.
Il dialetto “ricalca”, in senso figurato, uno stemma che ciascuno di noi porta nel suo DNA e che non può cancellare. Tuttavia, se una persona non parla il suo dialetto non vuol dire che non gli piaccia o che non sa esprimersi, ma semplicemente possono esserci delle abitudini pregresse che non gli consentono di utilizzare il dialetto.

Solitamente questo è il caso dei giovani d’oggi che preferiscono gli slang ai codici linguistici del proprio dialetto. Una caratteristica sicuramente positiva è mantenere vive le forme dialettali a favore di un loro utilizzo altrettanto diffuso.

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Un anno senza Silvio Berlusconi

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Era il maggio del 2016, mancavano pochi giorni alla sfida tra Beppe Sala e Stefano Parisi candidati sindaco di Milano.
Io ero un “semplice” candidato nel municipio 8 ove ero residente.
Una serata elettorale come tante io, ovviamente, giacca e cravatta come “protocollo detta”.
Si avvicina un amico e mi fa: vuoi venire a salutare il presidente?
Io tentenno – non lo nascondo, mi vergognavo un po’ – lo seguo entro in una stanza.
Presenti lui, il presidente, Maria Stella Gelmini, il mio amico ed un altro paio di persone.
Presidente lui è Massimiliano Baglioni è uno dei candidati del nostro schieramento, dice il mio amico.
Il presidente mi stringe la mano mi saluta e con un sorriso smagliante mi chiede:
Cosa pensa di me?
Ed io, mai avuti peli sulla lingua, rispondo:
Presidente non mi è particolarmente simpatico, lo ammetto, ma apprezzo in Lei quella Follia che ci unisce in Erasmo da Rotterdam.
Sorride si gira verso la Gelmini e dice:
Mary segna il numero di questo ragazzo, mi piace perché dice ciò che pensa.
Si toglie lo stemma di Forza Italia che aveva sulla giacca e lo appende sulla mia.
Non lo nascondo: sono diventato rosso.

Oggi, ad un anno dalla morte di Silvio Berlusconi riapro il cassetto della mia memoria per ricordare questo italiano che ha fatto della Follia un impero economico, una fede calcistica, una galassia di telecomunicazioni.
Conservo con cura quella spilla simbolo di  un sogno, simbolo di libertà.
Grazie ancora, presidente, ma si ricordi: non mi è, ancora oggi, simpatico.

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